Home Spiritualità È argento il nome dell'Arca (Luigino Bruni)

È argento il nome dell'Arca (Luigino Bruni)

 
Rabbi Schmelke disse: "Il povero dà al ricco più che il ricco non dia al povero. E più che il povero del ricco, è il ricco che ha bisogno del povero" (Martin Buber, Storie e leggende chassidiche)
 
La fiducia nell’onestà delle gente che ci circonda è una risorsa essenziale di ogni economia e società. Quando l’ipotesi di onestà degli altri – che i giuristi chiamano buona fede – ispira i nostri rapporti, l’economia migliora insieme al nostro benessere. Senza questa premessa di onestà sono la diffidenza e il pessimismo antropologico a infestare i nostri luoghi di lavoro e di vita. Nessun management può essere sussidiario – affidare cioè la responsabilità delle scelte a chi si trova più vicino al lavoro da svolgere – se non siamo capaci di pensare bene degli altri fino a evidente (e reiterata) prova contraria. La benevolenza, pensare bene degli altri, è la radice della fiducia. Valorizza i lavoratori, li fa sentire stimati, rafforza la fiducia nelle organizzazioni e quindi migliora l’efficacia e l’efficienza della gestione.
 
Uccisa Atalia, Ioas diventa re e regna a Gerusalemme per quarant’anni. Per la Bibbia Ioas fu un re giusto e un riformatore. Ci viene presentato come un restauratore e un ricostruttore del tempio di Salomone: «Ioas disse ai sacerdoti: "Tutto il denaro delle cose sacre, che viene portato nel tempio di YHWH... sia preso dai sacerdoti, ognuno dai propri addetti; ed essi riparino le parti danneggiate del tempio"» (2 Re 12,5-6). Passano gli anni, e nonostante le indicazioni di Ioas il tempio non viene riparato: «Il re Ioas convocò il sacerdote Ioiadà con i sacerdoti e disse loro: "Perché non avete riparato le parti danneggiate del tempio? D’ora innanzi non dovrete più ritirare il denaro dai vostri addetti, ma lo consegnerete direttamente per le parti danneggiate del tempio"» (12, 8). Constatato il fallimento, il re cambia politica, toglie ai sacerdoti la gestione dei lavori: «I sacerdoti acconsentirono a non ricevere più il denaro dal popolo e a non curare il restauro del tempio» (12,8).
 
Un buon governo delle organizzazioni capisce, possibilmente non troppo tardi, quando esiste un conflitto di interesse nei lavoratori, quando gli incentivi individuali non sono compatibili con gli obiettivi comuni. Quei sacerdoti, per mentalità e compito (gestire il culto) erano oggettivamente in una condizione che li portava a non usare bene il denaro che raccoglievano. Il re, che qui si dimostra saggio, non continua a insistere sul piano morale chiedendo ai sacerdoti una conversione; cambia invece l’organizzazione, rivede la struttura oggettiva e formale del finanziamento e del management dei lavori del tempio. Perché quando c’è una incompatibilità oggettiva tra il ruolo e l’incentivo, continuare a insistere sulla dimensione morale non è efficace e crea solo frustrazione e conflitti. Occorre subito cambiare la struttura organizzativa oggettiva e togliere le persone da ruoli e compiti non adatti.
Si crea così nel tempio una cassa dove venivano consegnate le offerte, e la raccolta e l’amministrazione dei fondi passano sotto la responsabilità concertata del re e del sommo sacerdote: «Il sacerdote Ioiadà prese una cassa, vi fece un buco nel coperchio e la pose a lato dell’altare, a destra di chi entra nel tempio» (12,10). Interessante notare che quando lo scriba del re e il sommo sacerdote raccoglievano l’argento depositato nella cassa (perché piena), «essi fondevano il denaro trovato nel tempio» (12,11). Troviamo qui un riferimento alla funzioni economiche dei templi nell’antichità. Il tempio non era solo il centro del sistema fiscale e di "welfare"; in certi periodi storici nel tempio si fondevano anche i metalli per coniare monete, svolgendo quindi funzioni di proto-banche.
 
In questo brano vediamo poi in presa diretta la nascita di una certa laicizzazione della "fabbrica del tempio" di Gerusalemme. Quanto prima era affidato direttamente ai sacerdoti («sia preso dai sacerdoti»), ora passa a coloro che seguono direttamente i lavori: lo scriba e il sommo sacerdote «consegnavano il denaro nelle mani degli esecutori dei lavori» (12,12). Il fallimento della prima soluzione di affidamento diretto – i sacerdoti usavano le offerte della gente per le urgenze e per la gestione del culto e dei sacrifici – produsse una riforma "laica" dove erano i lavoratori e i tecnici a gestire i lavori del tempio: una prima applicazione del principio di sussidiarietà economica e manageriale: «Costoro lo distribuivano ai falegnami e ai costruttori che lavoravano nel tempio del Signore, ai muratori, agli scalpellini, per l’acquisto di legname e pietre da taglio, per riparare le parti danneggiate del tempio e per tutto quanto era necessario per riparare il tempio» (12,12-13). In questo modo si evitava che le entrate "fiscali" si usassero per scopi impropri: «Ma con il denaro portato al tempio del Signore non si dovevano fare nel tempio del Signore né coppe d’argento, né coltelli, né vasi per l’aspersione, né trombe, nessun oggetto d’oro o d’argento. Esso infatti era consegnato solo agli esecutori dei lavori, perché riparassero il tempio del Signore» (12,14-15).
 
Interessante notare la valutazione etica che il testo dà di questo cambiamento: «Non si controllavano coloro nelle cui mani veniva consegnato il denaro da dare agli esecutori dei lavori, perché lavoravano con onestà» (12,16). Molto bella questa onestà. Delegare e avvicinare la gestione del denaro a chi lo utilizzava per il suo scopo specifico ha ridotto i costi di monitoraggio («non si controllavano...») e quindi ha migliorato l’efficienza globale di quel denaro. Ma prima il re aveva cambiato qualcosa di importante nella struttura organizzativa: la fiducia e l’onestà, per nascere e durare, devono essere possibili e sostenibili. Troppe fiducie vanno a male per mancanza di riforme organizzative.
È poi significativo che la parola ’aron che il testo usa per dire la cassa posta nel tempio per raccogliere le offerte sia la stessa parola dell’arca (dell’alleanza), il manufatto più prezioso di tutti, quello che conteneva le tavole della Legge di Mosè, custodita nella zona più intima e sacra del tempio, perché simbolo del patto con il loro Dio diverso. Quella cassa che contiene l’argento è posta dentro il tempio. Questo argento, fatto di tasse e di doni (le offerte erano anche libere), non è impuro, può entrare nel tempio. La Bibbia sa che c’è un denaro che è "mammona", non perché sia in sé idolo (sarebbe troppo banale), ma perché dà a chi lo possiede l’illusione di essere dio (ogni idolatria è illusione): è il nostro io l’idolo più tremendo. Questo denaro non deve entrare nei templi, perché non è amico di Dio in quanto non è amico dell’uomo e dei poveri.
 
Ma c’è anche un altro denaro. È il denaro donato, certo, ma è anche l’argento guadagnato con onestà. L’argento del dono è amico dell’argento di molti mercanti, perché il contratto non uccide necessariamente il dono. Molte volte dono e contratto sono compagni. Quando il samaritano versò all’albergatore i due denari perché si "prendesse cura" dell’uomo mezzo morto, stava compiendo un atto non meno nobile e spirituale di chi donava l’argento nel tempio. E anche il denaro che oggi doniamo in filantropia non è più nobile e spirituale del denaro versato da un imprenditore a un lavoratore in un giusto contratto di lavoro. Le civiltà fioriscono quando il dono è alleato del contratto, e avvizziscono quando chi dona vede con astio e rivalità chi lavora e produce ricchezza. L’arca dell’alleanza non è il caveau di una banca, i loro nomi sono diversi; ma si avvicinano molto se quell’argento è nato nell’onestà ed è eticamente amministrato e investito. Stanno qui la laicità della fede e la spiritualità dell’economia.
L’ultima parte del regno di Ioas è segnato dalla minaccia assira su Gerusalemme. Ioas, nuovo Salomone, aveva messo la restaurazione e la cura del tempio al centro della sua missione; ora si trova costretto a fare un gesto che sembra negare il senso di tutta la sua vita: «Ioas, re di Giuda, prese tutti gli oggetti consacrati da Giòsafat, da Ioram e da Acazia, suoi padri, re di Giuda, e quelli consacrati da lui stesso, insieme con tutto l’oro trovato nei tesori del tempio del Signore e della reggia; egli mandò tutto ciò a Cazaèl, re di Aram, che si allontanò da Gerusalemme» (12,20).
 
Il tempio viene svuotato di tutti i tesori accumulati da lui e dai suoi predecessori. La Bibbia ci parla di Ioas quasi esclusivamente in rapporto al tempio – lo aveva riparato, lì da bambino viene consacrato re, lì era stato protetto e educato. La sua vita tutta votata al tempio termina con un tempio svuotato. Un altro messaggio sulla gratuità e sull’incompiutezza della vita, che ritroviamo in molte pagine della Bibbia. Si passa una vita al servizio di un’opera che, per vocazione e compito, diventa il senso dell’esistenza. E poi, un giorno, quel tesoro custodito e accumulato deve essere dato via, e la vita sembra perdere senso. Una grande metafora dell’esistenza umana, dove i tesori accumulati e curati dovranno essere, un po’ alla volta, restituiti per tornare liberi e poveri; è metafora anche di ogni fondatore o responsabile di comunità, che trascorre una prima, lunga, parte della vita a riparare e ad accrescere il tesoro della comunità, fino ad un giorno in cui dovrà ridonare tutto, e vivere finalmente la castità.
Ma il racconto ci dice anche un’altra cosa: quel tesoro salvò Gerusalemme dai siriani, che appagati dal tesoro si allontanarono. Perché, forse, i tesori che custodiamo e curiamo svolgono veramente la loro funzione non quando sono accumulati e conservati ma quando sono usati per salvare qualcuno. Se Ioas non avesse conservato quei tesori non avrebbe potuto salvare la sua città nel momento decisivo del suo regno. Noi vediamo capitali accumulati con grandi sacrifici sparire in poco tempo divorati da avvocati, banche, fornitori; ma, da una prospettiva diversa e vera, magari quei capitali mentre spariscono ci stanno salvando.
 
Mentre si svolgono le vicende di Ioas, re di Giuda, nel regno del Nord torna per l’ultima volta sulla scena il profeta Eliseo: «Eliseo morì e lo seppellirono» (13,20). Lo avevamo incontrato giovane che guidava dodici paia di buoi. Era un giovane ricco. Fu chiamato da Elia che gli gettò addosso il suo mantello. Divenne prima discepolo di profeta poi profeta egli stesso. Seguì la sua vocazione fino alla fine. Diversamente da Elia, Eliseo non viene rapito in cielo ma muore, come noi, come tutti. Ma la Bibbia ci dona un’ultima scena per dirci che i profeti non muoiono mai del tutto: «Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono quell’uomo sul sepolcro di Eliseo. L’uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, riacquistò la vita e si alzò sui suoi piedi» (13,21). Le ossa dei profeti sanno farci risorgere. Non sempre, non tutti, abbiamo accanto profeti vivi che ci salvano dalle nostre morti. La Bibbia però ha conservato le parole diverse e le "ossa" vive dei profeti. Sono lì, per tutti, per noi. Basta solo toccarle per tornare a vivere.